Dal Mulino di Fratta, che si trova all’estremità ovest dei due bacini lacustri detti rispettivamente Lago di Lago e più ad est Lago di Santa Maria, si prosegue verso nord lungo la strada asfaltata, fino ad un ponte, sotto il quale passa un canale artificiale detto Tajada, in cui scorre il fiume Soligo, emissario dei laghi di Revine. Sulle sponde si può osservare la torba, materiale d’origine vegetale, accumulatosi in un ambiente asfittico che ha subito anche un parziale processo di carbonizzazione. A Ovest della strada asfaltata si possono ancora vedere degli scavi, testimoni dell'asportazione della torba durante l'ultimo conflitto mondiale. Dopo essere stata opportunamente essiccata, essa era usata come combustibile dalle genti del luogo. Degli ambienti naturali sin qui incontrati, quest'ultimo merita un approfondimento in quanto, oltre alla bellezza dei fiori ed al paesaggio suggestivo, esso è un esempio d’ambiente umido evolutosi spontaneamente. In questa zona possiamo individuare, per facilitare l'osservazione, tre aree, aventi ognuna delle caratteristiche proprie.
La prima s'identifica con il canale la Tajada, sulle cui acque si ammirano, soprattutto nella bella stagione, le grandi foglie sericee e i fiori gialli del Nuphar luteum (Nanufèro), le bianche corolle della Nymphaea alba (Ninfea) che coprono quasi tutta la superficie del canale. La vegetazione sommersa, poco visibile, è invece costituita da Potamogeton lucens; mentre sulle rive ciuffi di Carici compaiono qua e là.
La seconda area è quella dei fossati e dei terreni paludosi incolti. Qui abbonda la Carex elata (Carice) che, oltre a ricoprire con le sue alte e lunghe foglie lanceolate il terreno emerso, invade parzialmente anche i fossati, lasciando poco spazio soprattutto alla Thypha latifoglia (Mazzasorda). Pure qui troviamo il Nanufero e la Ninfea, mentre sommersa c’è una rarità botanica: l’Hottonia palustris, primulacea dalle foglie frastagliatissime ed elegantissime che vive completamente immersa nell'acqua e che solo in primavera emerge con i suoi steli fioriferi costituiti da una spiga di bianche corolle. Qua e là alberelli di Salix alba spuntano tra la vegetazione erbacea.
La terza area naturale comprende le zone delle rive che circondano entrambi i laghi, anche se, in più punti, esse hanno subito notevoli trasformazioni a causa dell'intervento dell'uomo. Tale area è caratterizzata da arbusti tipici quali: la Coda di gatto o Mazzasorda, lo Scirpus lacustris (giunco), il Phragmites communis (canna di palude) e da piante arboree quali: il Salix sp., l'Ontano nero, il Pioppo nero (ibridi) e il Pioppo bianco.
Sotto il pelo dell'acqua si può riconoscere la fascia di vegetazione sommersa, formata da Potomogeton perfoliatus, Najas sp. e Miriophillum verticillatus.
Dopo aver costeggiato il canale, si arriva alle sponde del lago detto Lago di Lago.
Esso è lungo 1200 m, largo da 300 a 500 m, con una profondità media di 8 m e massima di 13. E’ alimentato sia da piccole sorgenti sotterranee, che dalla sorgente carsica temporanea del Piaveson, che con una portata di 2-3 m3/sec., contribuisce notevolmente all'ossigenazione delle acque del lago.
Lasciate le rive, tra coltivi e prati, si risale una carrareccia fino all'antico borgo di Fratta. Le case sono raggruppate attorno alla vecchia chiesa dedicata a S. Martino e molte di loro presentano degli archi in pietra e tracce di affreschi databili intorno al 1500. Si prosegue verso Colmaggiore, attraversando coltivazioni di Mais, di Erba medica, di Vite ed anche vecchi gelseti. Questo paesaggio agreste manifesta i segni di un'agricoltura per certi tratti moderna, ma che in parte è ancora legata al passato.
Ad un incrocio si consiglia di deviare a destra dove, dopo una cinquantina di metri, si nota un affioramento di "Scaglia rossa" su cui è stata costruita un'abitazione. Si tratta di una roccia calcareo-marmosa, di color rossastro, che qui segna il passaggio tra l'epoca Secondaria e quella Terziaria.
Ritornati all'incrocio, si prosegue in discesa raggiungendo, attraverso una carrareccia, il canale artificiale che unisce il Lago di Lago a quello di S. Maria.
Qui, recentemente, sono stati recuperati numerosi frammenti di vasi ad impasto grossolano, di selci, di ossa di vari animali e sono stati localizzati numerosi pali allineati e carbonizzati. Il tutto fa presupporre di essere in presenza di resti di un villaggio palafitticolo dell'età del bronzo finale. Data la piccolissima area a tutt’oggi esplorata, ci si attendono future importantissime scoperte archeologiche.
Il lago di S. Maria ha una lunghezza di circa 1050 m, una larghezza di 250-500 m ed una profondità media intorno ai 6,5 m; è alimentato da alcune piccole sorgenti sotterranee.
Poco prima di arrivare alla riva, possiamo notare alla nostra destra un dossetto: piccola morena trasversale alla Vallata, come si può vedere dai ciottoli affioranti.
Poco più avanti, a N, pressoché alle pendici del versante del monte, è interessante osservare l'apertura di alcune cave di "sass fogher": sono strati di durissima selce, che giace in banchi alternati ai calcari del Malm, molto pregiata per la sua purezza e durezza ed utilizzata nelle macine delle industrie di ceramica. Anche qui gli strati immergono verso la Vallata e coincidono, come già ricordato, con la superficie morfologica.
Uno stretto sentiero, che a volte si fa largo tra i canneti, ci porta a percorrere la sponda Sud di questo secondo lago, dandoci la possibilità di poter osservare la particolare vegetazione. Partendo infatti dalla riva ed arrivando sino ai prati ed ai coltivi, possiamo distinguere grosso modo due zone.
La prima, prossima all'acqua, è formata quasi esclusivamente da molti salici (Salix alba) che cingono tutto il bacino. A ridosso di quest’area alberata cresce un alto canneto di Phragmites communis.
La seconda zona è più ricca di specie, arbustive, erbacee ed arboree. Dopo il canneto, si estende una zona paludosa coperta da Thypha latifoglia, Carex sp., Scutellaria galericulata, Lythrum salicaria, Ranunculus arvensis, ecc., e da alberelli di Platanus occidentalis ed Alnus nigra. A metà del giro del lago, nei pressi del bar alla Riviera, incontriamo due piccole superfici a pioppeto (ibridi di Popolus nigra). Volendo poi avvicinarci di più alla riva, soprattutto nelle zone riservate all'attracco delle barche, rimaniamo affascinati dalla bellezza delle bianche Ninfee (Nymphaea alba) e dei gialli Nanufari (Nuphar luteum) che galleggiano nell'acqua. Sommerso, invece, possiamo trovare il Myriophillum spicatum. Già dalla colorazione delle acque, l'osservatore avrà però notato come il lago non “goda di ottima salute".
Infatti, l'abbondanza di piante acquatiche, sia sommerse che galleggianti, segnala la forte eutrofizzazione delle acque, fenomeno che, favorendo la vita vegetale, compromette quella animale. La fauna dei laghi non è, per la verità, molto ricca; lo Zaniol (1904) forniva quest'elenco di specie ittiche: Cyprinus carpio (raina), Barbus plebeius (barbo), Tinea vulgaris (tinca), Scardinius erythrophtalmus (scardola), Alburnus arborella (sardèla), Squalus cavedanus (squalo), Gasterosteus aculeatus (spinarello), Anguilla vulgaris (bisata), Alosa vulgaris (alosa), Tructa lacustris (trota da lago).
Nelle zone paludose attorno alla riva, tra i canneti, possiamo trovare gli uccelli di fosso più comuni come: la gallinella d'acqua, la folaga, l'anitra selvatica, la mazzaiola, ecc., che qui trovano il loro ambiente ideale.
Dal Bar possiamo proseguire per circa 300 metri, lungo una strada bianca che ci conduce alla strada principale, da dove si continua per Via Nogarolo.
Dopo circa 200 metri arriviamo alle Fornaci Tomasi, la cui cava ha messo in luce delle scoperte interessanti.
Le fornaci sfruttano il materiale scavato da un giacimento che ha uno spessore di oltre 40 m. Questo deposito si addentella in alto, verso il versante, con le tenere rocce terziarie; in basso con sedimenti lacustri più sottili, di color grigio e si estende anche oltre i limiti della cava, sia verso est sia verso ovest.
Il deposito, come si può osservare, è costituito da alternanze sensibilmente regolari di letti, da argillosi a sabbiosi ed anche ghiaiosi, dello spessore che va da qualche millimetro a qualche centimetro, debolmente inclinati verso valle. Litologicamente è costituito da scagliette di marne, arenarie ed argilliti, derivanti dall'alterazione delle rocce terziarie sovrastanti, avvenuta quando il clima era più freddo ed in un ambiente di tipo periglaciale; vi si trovano, inoltre, anche dei ciottoletti di rocce calcaree di origine morenica trasportati successivamente dalle acque.
Immersi in questi sedimenti, sono stati trovati in posizione di crescita, un centinaio di tronchi, di cui 70 sono stati studiati e rilevati topograficamente. Essi appartengono tutti alla specie Larix decidua (Larice), hanno un diametro che va da 25 a 70 cm, sono lunghi fino a 4 m e mancano di rami. Sono provvisti di radici e sono in parte più o meno sìlicizzati, cioè parzialmente fossilizzati.
Le datazioni col radiocarbonio hanno dato un'età assoluta da 14765 ± 135 a 14370 ± 115 anni. Questo ci permette di fare delle considerazioni paleogeografiche piuttosto interessanti. Possiamo infatti immaginare un clima molto più freddo dell'attuale in quanto, il Larice, vive spontaneamente solo al di sopra dei 1200 m.
In Vallata esisteva poi un unico, antico, grande lago, come è testimoniato dai sedimenti lacustri già citati, la cui superficie si trovava a quote più elevate degli attuali bacini. Esso era sbarrato a valle dalla morena di Gai, allora poco incisa dalle acque di scioglimento della massa glaciale che fungeva da argine a monte. Questo lago, chiamato dagli studiosi impropriamente Lapisino, arrivava fino a Nord di Serravalle, quando ancora la stretta omonima non esisteva o era più elevata in quota di quella attuale. Sulle rive di questo antico ed unico lago, da cui derivarono poi tre bacini lacustri, ora ridotti a due, vegetavano appunto i Larici, in un ambiente simile alla tundra. Tale giacimento, che è tra i più belli ed interessanti d'Europa, dovrebbe essere maggiormente tutelato e valorizzato. Per chi è interessato alla litologia, dalla cava è possibile, percorrendo la strada in salita per 300 m, trovare la roccia in posto con fossili di gasteropodi, bivalvi ed echinodermi, la cui alterazione ha dato origine, come già detto, al deposito delle fornaci.
Trattasi di arenarie marnose e glauconitiche, grigio-giallastre e di calcareniti, appartenenti al Miocene inferiore facilmente alterabili, molto inclinate e con strati immmergenti verso Sud, paralleli alla Vallata, di cui ripetono il motivo tettonico.
Dalle fornaci, lungo strada asfaltata, ci si dirige poi verso Nord - nordest, tra coltivi ove, pur essendo la valle relativamente ampia, si nota la mancanza di solchi fluviali e di acque. Arrivati in località alle Lame, dopo mezzo chilometro, si osserva una bella fontana con annesso un caratteristico grande vascone anticamente adibito a lavatoio pubblico. Da qui si procede su strada bianca nella stessa direzione e dopo un breve tratto verso Nord si arriva alla piazza di Revine.
Il Centro Storico di Revine in realtà è formato da due nuclei posti alla stessa quota e separati dal t. Pavei, collegati nella parte alta dall'antica Via Maestra diretta est-ovest, mentre nella parte bassa si trova una strada costruita recentemente (la Vittorio Veneto-Follina-Valdobbiadene), parallela alla precedente e che funge da scorrimento veloce.
Il nucleo di destra (in senso orografico) si sviluppa su un versante inclinato ed è servito da un percorso di crinale che scende dal promontorio, dove sorge la chiesa di S. Francesco, che poi prosegue verso ovest e si collega con la nuova strada della Vallata. Il nucleo di sinistra è invece piuttosto pianeggiante.
Il centro storico ha subito delle trasformazioni nella parte bassa, mentre nella parte alta le vecchie strutture si sono conservate meglio. I due nuclei sono ben individuabili per caratteristiche costruttive diverse e sembra proprio che l'incisione torrentizia abbia avuto un notevole peso in proposito.
Si possono comunque individuare delle caratteristiche comuni che permettono di correlare tra di loro edifici apparentemente diversi.
La costruzione più semplice , il tipo-base, è quella che chiamiamo casa e che può avere destinazione residenziale o mista (abitazione e lavoro). Esiste anche l'edilizia residenziale qualificata (palazzi) o edifici, d’interesse pubblico, che hanno caratteristiche strutturali e stilistiche più impegnative.
Ci occuperemo soprattutto dell'edilizia di base perché è il genere più diffuso e caratteristico nella zona abitata.
In questa si possono individuate, esemplificando, tre tipi per i nuclei abitati ed un tipo per l'edilizia isolata.
Il primo tipo è quello a corte, abitato da un nucleo monofamiliare. La costruzione si sviluppa all'interno di un recinto, di solito rettangolare detto, appunto, la “corte” che ha dimensioni comprese tra i 12 e i 18 metri da un lato e tra i 20-30 metri dall’altro. Esso ha un unico accesso, non ha aperture verso l'esterno, ha un corpo che di solito si trova alla parte opposta dell’ingresso, nel quale si esercitano soprattutto attività di tipo agricolo. L'abitazione ha di solito due piani di cui il pianterreno ha funzioni connesse alle mansioni agricole svolte (cura della stalla, deposito di attrezzi, ecc.).
Il secondo tipo è quello a schiera: è una casa monofamigliare edificata su un lotto a forma rettangolare, con una dimensione (larghezza) sui 6 metri e con una profondità multipla disposta con il lato maggiore parallelo al percorso di accesso; il fronte dell'edificio ha le dimensioni pari alla larghezza del lotto e la profondità solitamente bicellulare; la parte del lotto non edificata è adibita ad attività artigianali. I due piani superiori sono adibiti ad uso abitativo, mentre il pianterreno è destinato solitamente ad attività commerciali o artigianali.
Il terzo tipo detto in linea, è una casa plurifamiliare, nata dal raggruppamento di più case a schiera, dove si accede ai piani superiori mediante una scala comune. Nelle case in linea si può individuare bene il nucleo primitivo unifamiliare che poi è riprodotto in numero variabile ed allineato.
Le suddette tipologie di solito si uniscono ottenendo è un tessuto edilizio costituito, per l’appunto, da aggregazione dei vari tipi.
Si consiglia a questo punto di percorrere la strada statale principale.
In corrispondenza del Municipio è stata attrezzata un’area verde dalla quale si possono riconoscere le varie tipologie vegetazionali, sia sui versanti, sia sulle zone umide e lacustri.
Superato il lago di S. Maria, incontriamo quello di Lago. Una breve discesa porta ad un ponte situato in curva. Sporgendosi dal parapetto, si nota il letto di un piccolo corso d’acqua. Si tratta della risorgente carsica temporanea del Piaveson, responsabile dell’esondazione, soprattutto in periodo autunnale, di entrambi i laghi.
Si prosegue fino all’abitato di Lago, caratteristico per le sue costruzioni e per i suoi vicoli, legato, soprattutto nel passato, all’attività ittica. Sulla sponda c’è anche un’area attrezzata a picnic ed un piccolo approdo per l’attività velica.
Dall'area attrezzata si prosegue verso ovest, passando vicino all’area dove sorgerà una ricostruzione di un villaggio palafitticolo che ricorderà quello esistente un tempo tra i due laghi.
Costeggiando il canale della Tajada, sempre tra vegetazione palustre e percorrendo la statale verso sud, si arriva nuovamente al Mulino di Fratta, termine dell’itinerario.
Un fenomeno temporaneo che si verifica in Vallata è l’innesco di sorgenti carsiche e la tracimazione dei laghi che però merita alcune premesse per una sua migliore comprensione.
Come già detto nell’evoluzione del paesaggio, tutta la dorsale Col Visentin – M.te Cesen è costituita da calcari e da dolomie più o meno carsificate e per questo non ci sono importanti corsi d’acqua lungo i suoi versanti. Le acque meteoriche penetrano nel massiccio calcareo e raggiungono il livello di base costituito dal fondovalle della Vallata.
Qui vanno ad alimentare, assieme alle acque superficiali, i due bacini lacustri. Infatti, nei laghi, è nota la presenza di sorgenti subacquee e l’assenza di immissari, se si esclude il collegamento con un canale artificiale tra i due.
Durante periodi piovosi e prolungati, alcune volte all’anno, si innescano due sorgenti carsiche temporanee: la prima, detta Piaveson, si trova tra S. Maria e Lago, in curva, superabile con un ponte sulla statale, dove la strada inizia una dolce salita; la seconda, chiamata Piovesan, si trova tra Lago e Soller. La prima, che può avere portate che superano i tre metricubi al secondo, facendo alzare il livello del lago di Lago di oltre un metro, impedisce alle acque del Lago di S. Maria di defluire verso ovest provocandone ma tracimazione con l’innalzamento del ivello di oltre un metro e mezzo, con la conseguente esondazione: Ne consegue che le superfici lacustri aumentano di oltre un terzo, innondando prati, campi e coltivi. Fa comunque una certa impressiose vedere le grosse carpe che si cibano di granoturco direttamente dalle panocchie. Tale fenomeno viene prolungato nel tempo dalla seconda sorgente che, sfociando a valle dei laghi, nel canale della Tajada, ne rallenta la sua funzione che è quella di far defluire le acque.
Tale fenomeno, tuttavia, ha anche il pregio di dare un ricambio pressochè totale alle acque del Lago di Lago, ossigenandole abbondantemente e rinfrescandole, consentendo una miglior vita alla fauna che vive in esso.